Sono uscita sul balcone, stanotte.
L'aria capricciosa, il vento muoveva le foglie e in paese facevano i fuochi d'artificio. Ma l'abete di fronte a casa mi impediva di vederli. Li sentivo, mi sembrava di vedere le facce di chi, testa all'aria, li guarda e gli si colorano gli occhi.
Allora mi è venuto da pensare alla mia condizione. Intorno a me festa, stupore, vita: movimento. E l'abete che mi impediva di arrivarci ero io, la mia paura di non esser degna, di non contare nulla; e che, comunque, in fondo a nessuno importi veramente, neanche a me. Viziata dagli eventi, non prendo una direzione perché scegliere significa rischiare e compromettersi, sempre.
Come vorrei invece essere una di quelle falene cui capita di entrare in una stanza illuminata, di notte. Già prima di arrivare alla lampadina cominciano a impazzire di felicità. E iniziano a cercarla, a inseguirla, la luce, come fosse l'unica luce esistente, l'unica ragione di vita. Fremono, si agitano, impavide. Continuano a volare in tondo a gran velocità, intontite dalla contentezza e dalla fatica; e poi, finalmente, la raggiungono. Spesso si avvicinano troppo, e così il calore le logora a morte.
Io così vorrei che fosse la mia vita.
E non so darle ancora un nome, ma ho pensato che la mia luce devo averla già intravista, perché l'ho desiderata e sognata così tante volte. Qualcosa di mio, di solo mio, che possa produrre e riprodurre con le mie mani, che possa mettere con convinzione sul tavolo da gioco: un qualcosa da difendere, finalmente, con tanti dubbi ma anche con orgoglio.
Allora sono tornata fuori, l'aria capricciosa e il vento faceva muovere le foglie, dei fuochi non più traccia. Chissà! Posso scostarlo, quell'abete...
L'aria capricciosa, il vento muoveva le foglie e in paese facevano i fuochi d'artificio. Ma l'abete di fronte a casa mi impediva di vederli. Li sentivo, mi sembrava di vedere le facce di chi, testa all'aria, li guarda e gli si colorano gli occhi.
Allora mi è venuto da pensare alla mia condizione. Intorno a me festa, stupore, vita: movimento. E l'abete che mi impediva di arrivarci ero io, la mia paura di non esser degna, di non contare nulla; e che, comunque, in fondo a nessuno importi veramente, neanche a me. Viziata dagli eventi, non prendo una direzione perché scegliere significa rischiare e compromettersi, sempre.
Come vorrei invece essere una di quelle falene cui capita di entrare in una stanza illuminata, di notte. Già prima di arrivare alla lampadina cominciano a impazzire di felicità. E iniziano a cercarla, a inseguirla, la luce, come fosse l'unica luce esistente, l'unica ragione di vita. Fremono, si agitano, impavide. Continuano a volare in tondo a gran velocità, intontite dalla contentezza e dalla fatica; e poi, finalmente, la raggiungono. Spesso si avvicinano troppo, e così il calore le logora a morte.
Io così vorrei che fosse la mia vita.
E non so darle ancora un nome, ma ho pensato che la mia luce devo averla già intravista, perché l'ho desiderata e sognata così tante volte. Qualcosa di mio, di solo mio, che possa produrre e riprodurre con le mie mani, che possa mettere con convinzione sul tavolo da gioco: un qualcosa da difendere, finalmente, con tanti dubbi ma anche con orgoglio.
Allora sono tornata fuori, l'aria capricciosa e il vento faceva muovere le foglie, dei fuochi non più traccia. Chissà! Posso scostarlo, quell'abete...