22 agosto 2010

la falena

Sono uscita sul balcone, stanotte. 
L'aria capricciosa, il vento muoveva le foglie e in paese facevano i fuochi d'artificio. Ma l'abete di fronte a casa mi impediva di vederli. Li sentivo, mi sembrava di vedere le facce di chi, testa all'aria, li guarda e gli si colorano gli occhi. 
Allora mi è venuto da pensare alla mia condizione. Intorno a me festa, stupore, vita: movimento. E l'abete che mi impediva di arrivarci ero io, la mia paura di non esser degna, di non contare nulla; e che, comunque, in fondo a nessuno importi veramente, neanche a me. Viziata dagli eventi, non prendo una direzione perché scegliere significa rischiare e compromettersi, sempre.
Come vorrei invece essere una di quelle falene cui capita di entrare in una stanza illuminata, di notte. Già prima di arrivare alla lampadina cominciano a impazzire di felicità. E iniziano a cercarla, a inseguirla, la luce, come fosse l'unica luce esistente, l'unica ragione di vita. Fremono, si agitano, impavide. Continuano a volare in tondo a gran velocità, intontite dalla contentezza e dalla fatica; e poi, finalmente, la raggiungono. Spesso si avvicinano troppo, e così il calore le logora a morte. 
Io così vorrei che fosse la mia vita.
E non so darle ancora un nome, ma ho pensato che la mia luce devo averla già intravista, perché l'ho desiderata e sognata così tante volte. Qualcosa di mio, di solo mio, che possa produrre e riprodurre con le mie mani, che possa mettere con convinzione sul tavolo da gioco: un qualcosa da difendere, finalmente, con tanti dubbi ma anche con orgoglio.
Allora sono tornata fuori, l'aria capricciosa e il vento faceva muovere le foglie, dei fuochi non più traccia. Chissà! Posso scostarlo, quell'abete...

19 agosto 2010

canciones por un mexicano educado

 Mazunte (Oaxaca, Mexico)

¡Sí, todo con exceso: la luz, la vida, el mar!
Plural todo, plural,
luces, vidas y mares.
A subir, a ascender
de docenas a cientos,
de cientos a millar,
en una jubilosa
repetición sin fin,
de tu amor, unidad.
Tablas, plumas y máquinas,
todo a multiplicar,
caricia por caricia,
abrazo por volcán.
Hay que cansar los números.
Que cuenten sin parar,
que se embriaguen contando,
y que no sepan ya /cuál de ellos será el último:
¡qué vivir sin final!
Que un gran tropel de ceros /asalte nuestras dichas
esbeltas, al pasar,
y las lleve a su cima.
Que se rompan las cifras,
sin poder calcular
ni el tiempo ni los besos.
Y al otro lado ya
de cómputos, de sinos,
entregamos a ciegas
—¡exceso, qué penúltimo!—
a un gran fondo azaroso
que irresistiblemente
está
cantándonos a gritos
fúlgidos de futuro:
" Eso no es nada, aún.
Buscaos bien, 
hay más. "

Pedro Salinas, La voz a ti debida (1933)