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| Da Radio dei giorni di pioggia, Mino Petazzini |
il tumulto
dove sacro e profano vanno a fare i picnic
18 febbraio 2013
12 gennaio 2013
inclinazioni
Si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla... o donna, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt'intorno l'ignoto, l'enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile dell'esistenza. Formichetta, si nasce, e moscerino, e filo d'erba. So io che sforzi faccio certi momenti a tenermi ritto su due zampe soltanto. Credi, amico mio: a lasciar fare alla natura, noi saremmo, per inclinazione, tutti quadrupedi. La meglio cosa! Più comodi, ben posati, sempre in equilibrio... Quante volte mi butterei a camminare a terra, così con le mani puntate, gattone! Questa maledetta civiltà ci rovina! Quadrupede, io sarei una bestia selvaggia; quadrupede, ti sparerei un pajo di calci nel ventre per le bestialità che hai detto; quadrupede, non avrei moglie, né debiti né pensieri.
Intanto però era nato un uomo, un picciliriddro, un carusu che di nome faceva Luigino.
Biografia del figlio cambiato, Andrea Camilleri
Intanto però era nato un uomo, un picciliriddro, un carusu che di nome faceva Luigino.
Biografia del figlio cambiato, Andrea Camilleri
25 dicembre 2012
21 novembre 2012
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| East Side Gallery - Berlin |
"He who wants / the world to remain / as it is, / doesn't want it / to remain / at all."
Erich Fried
30 settembre 2012
cartoline nere
I
Agenda riempita, futuro sconosciuto.
II cavo mugola la ballata senza terra.
Nevicata sul plumbeo mare. Ombre
si azzuffano sul molo.
II
In mezzo alla vita accade che la morte venga
a prendere le misure dell’uomo. Quella visita
si dimentica e la vita continua. Ma il vestito
si cuce in silenzio.
Tomas Tranströmer
15 agosto 2012
j'arrive où je suis étranger
Rien n'est précaire comme vivre
Rien comme être n'est passager
C'est un peu fondre comme le givre
Et pour le vent être léger
J'arrive où je suis étranger
Un jour tu passes la frontière
D'où viens-tu mais où vas-tu donc
Demain qu'importe et qu'importe hier
Le coeur change avec le chardon
Tout est sans rime ni pardon
Passe ton doigt là sur ta tempe
Touche l'enfance de tes yeux
Mieux vaut laisser basses les lampes
La nuit plus longtemps nous va mieux
C'est le grand jour qui se fait vieux
Les arbres sont beaux en automne
Mais l'enfant qu'est-il devenu
Je me regarde et je m'étonne
De ce voyageur inconnu
De son visage et ses pieds nus
Peu a peu tu te fais silence
Mais pas assez vite pourtant
Pour ne sentir ta dissemblance
Et sur le toi-même d'antan
Tomber la poussière du temps
C'est long vieillir au bout du compte
Le sable en fuit entre nos doigts
C'est comme une eau froide qui monte
C'est comme une honte qui croît
Un cuir à crier qu'on corroie
C'est long d'être un homme une chose
C'est long de renoncer à tout
Et sens-tu les métamorphoses
Qui se font au-dedans de nous
Lentement plier nos genoux
Ô mer amère ô mer profonde
Quelle est l'heure de tes marées
Combien faut-il d'années-secondes
À l'homme pour l'homme abjurer
Pourquoi pourquoi ces simagrées
Rien n'est précaire comme vivre
Rien comme être n'est passager
C'est un peu fondre comme le givre
Et pour le vent être léger
J'arrive où je suis étranger
C'est un peu fondre comme le givre
Et pour le vent être léger
J'arrive où je suis étranger
Un jour tu passes la frontière
D'où viens-tu mais où vas-tu donc
Demain qu'importe et qu'importe hier
Le coeur change avec le chardon
Tout est sans rime ni pardon
Passe ton doigt là sur ta tempe
Touche l'enfance de tes yeux
Mieux vaut laisser basses les lampes
La nuit plus longtemps nous va mieux
C'est le grand jour qui se fait vieux
Les arbres sont beaux en automne
Mais l'enfant qu'est-il devenu
Je me regarde et je m'étonne
De ce voyageur inconnu
De son visage et ses pieds nus
Peu a peu tu te fais silence
Mais pas assez vite pourtant
Pour ne sentir ta dissemblance
Et sur le toi-même d'antan
Tomber la poussière du temps
C'est long vieillir au bout du compte
Le sable en fuit entre nos doigts
C'est comme une eau froide qui monte
C'est comme une honte qui croît
Un cuir à crier qu'on corroie
C'est long d'être un homme une chose
C'est long de renoncer à tout
Et sens-tu les métamorphoses
Qui se font au-dedans de nous
Lentement plier nos genoux
Ô mer amère ô mer profonde
Quelle est l'heure de tes marées
Combien faut-il d'années-secondes
À l'homme pour l'homme abjurer
Pourquoi pourquoi ces simagrées
Rien n'est précaire comme vivre
Rien comme être n'est passager
C'est un peu fondre comme le givre
Et pour le vent être léger
J'arrive où je suis étranger
Louis Aragon
1 luglio 2012
16 giugno 2012
se ti guardo negli occhi
Se ti guardo negli occhi,
svanisce ogni mia pena, ogni tormento;
se ti bacio la bocca,
perfettamente sano ecco divento.
Se mi appoggio al tuo seno,
discende in me come un divino incanto;
ma se mi dici. "Io ti amo",
frenar non posso, ahimè, l'amaro pianto.
Heinrich Heine (1797 - 1856)
svanisce ogni mia pena, ogni tormento;
se ti bacio la bocca,
perfettamente sano ecco divento.
Se mi appoggio al tuo seno,
discende in me come un divino incanto;
ma se mi dici. "Io ti amo",
frenar non posso, ahimè, l'amaro pianto.
Heinrich Heine (1797 - 1856)
31 maggio 2012
qualcuna prima di te, qualcuna dopo di te
Uomo, mi hanno condotta dall' estremo
dove vivevo intera la ‘mia’ vita
al Tuo opposto tremendo di giustizia:
che cosa dedurranno dal confronto
dei nostri due insondabili principi?
Qualcuno certo, conscio del Tuo inizio,
tratteneva i Tuoi volti successivi
in un travaglio cieco di rapporti
ma io, ancor prima che gli anelli tutti
della mia vita fossero congiunti,
mi distaccai precipite dal nulla
e proclamai la carne concepita.
Uomo Perfetto, cosa dannerai
di questo seme che, nel modularsi,
s'è rinforzato solo di se stesso
senza estasiarsi in giochi di virtù?
Certo conoscerai che equilibrando
ogni comandamento che mi esorta
a saturarmi tutta di peccato,
che riportando a questo intendimento
la perfezione delle mie lacune,
confluirei con adeguato passo
verso una vita lineare e assente.
Ma per ora, il peccato, del mio tutto,
resta la tappa ultima e possente
ed un ritmo incessante di condanna
mi rigetta dal muovermi comune.
Quando, fanciulla appena, mi concessi,
quando mi sciolsi per la prima volta
da quel bruciore acuto di purezza
che sublimava ambiguità tremende,
sentii l'impegno che covava dentro
crescere, quasi a forza di missione.
Non ho altra virtù che di condurmi
a prodigiose altezze di consenso
e una stanchezza illimite mi prende
se non mi adagio sopra un'altra forma...
Allineando tutte le mie ombre
volte perdutamente verso terra,
posso durare un tempo indefinito
accentrata in un'unica figura.
Ma che dolore sale le mie braccia
reggenti il grave fascio di me stessa:
l'essere dura giova solamente
a questa dubbia resistenza mia...
Sotto il piede che immagino sicuro
cerco il terreno viscido di sempre:
la tentazione è come un tempo lungo
ch'io devo bere, abbrividendo, in fretta...
Guarda, perché, previeni il Tuo guardarmi
con errata coscienza di pudore?
Guarda, senza sapere l'astinenza,
queste carni purgata dal piacere,
questi occhi sinceri nell'orgoglio,
questi capelli dal profumo intenso
di vita e di memorie...
Peccato questo vivere me stessa?
So che la santità germoglierebbe
esercitando in me falsi connubi,
ma assegnami una giusta tolleranza
se l'indolenza nega questo passo,
fa che il ritorno al vivere di sempre
non sprofondi nel buio di un abisso
e che non mi si dia maggiore colpa
se come gli altri, e con eguale indugio,
gioco il distacco della mia matrice.
Una Maddalena, Alda Merini
5 aprile 2012
rugiada
mi chiedi perchè scrivo
sempre partendo
dal mattino. come se
me ne fossi data regola.
e non è che mi infastidisca
la domanda, sono certa
d'esser giusta se do
valore alla rugiada.
mi vien solo il dubbio
si pensi che ho
più paura di altri
di non rivederla.
sempre partendo
dal mattino. come se
me ne fossi data regola.
e non è che mi infastidisca
la domanda, sono certa
d'esser giusta se do
valore alla rugiada.
mi vien solo il dubbio
si pensi che ho
più paura di altri
di non rivederla.
6 marzo 2012
30 gennaio 2012
27 gennaio 2012
trasloco
Conosco già la casa
ne conosco i rumori
Il passo pesante
disperato
lo schizzare di sete come
lavande nell'aria
del corridioio
l'acqua che salta dal secchio
di gambi e di terra
l'incontro di pentole
così promettente
schioccano labbra
di bimbe
sorridenti
- Dove sei stata? -
Il ronzio esausto
del computer
frusciano pagine
di un esame
non scelto
le proteste del cuscino
battuto fuori
dalla finestra
ridere
con le lacrime agli occhi
- Ciao Bobi, come va? -
Il coltello
millimetrico
sul burro
il dito piano
sulle ferite delle Lacoste
il respiro
subito prima dell'insulto
(si pentirà)
la chiave
nella toppa
canterà la stessa nota
stonata su Battisti
- Usa la zucca! -
Sconosciuti
eccitati
rumori
aspettano
nascosti
sgomitando
il segnale
lo da lo stuino alla porta
al quarto piano
della casa di fronte a Ulisse.
16 gennaio 2012
21 maggio 2011
7 aprile
Ma ecco, ho riletto quello che ho appena scritto.
Come mi piacerebbe scriverti diversamente. Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo. Le mie parole sono così pesanti. In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come quando si chiede: "Dimmi, piccino, dove ti fa male?". Allora chiuderei gli occhi e scriverei in fretta: volesse il cielo che due estranei vincessero l'estraneità. Il principio stesso dell'estraneità, carico di prescrizioni e conseguenze - il vertice del Cremlino, soddisfatto e sazio, che ci si è assestato nelle profondità dell'anima. Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un'iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: "Con lei ho stillato verità".
Come mi piacerebbe scriverti diversamente. Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo. Le mie parole sono così pesanti. In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come quando si chiede: "Dimmi, piccino, dove ti fa male?". Allora chiuderei gli occhi e scriverei in fretta: volesse il cielo che due estranei vincessero l'estraneità. Il principio stesso dell'estraneità, carico di prescrizioni e conseguenze - il vertice del Cremlino, soddisfatto e sazio, che ci si è assestato nelle profondità dell'anima. Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un'iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: "Con lei ho stillato verità".
Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch'io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato ma misericordioso - parola tua. Non ricordavo nemmeno che fosse lecita.
Un suono così delicato e ovattato. Una parola senza pelle (se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa, e non è facile il momento in cui l'acqua s'infiltra fra le crepe). Sei stanca, mi obbligo a dirti buonanotte.
Un suono così delicato e ovattato. Una parola senza pelle (se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa, e non è facile il momento in cui l'acqua s'infiltra fra le crepe). Sei stanca, mi obbligo a dirti buonanotte.
da Che tu sia per me il coltello, David Grossman (1998)
22 marzo 2011
a un nato del settantaquattro
Chissà come si è sentita Frances Farmer.
Ho preso una boccata d'aria slovena e ho capito che il sentimento
il peggiore di tutti
è il sentirsi indegni dell'affetto altrui.
Sapere che forse non è solo una sensazione...
Ma non parlo di te.
Ma non parlo di te.
Lobotomia. Amnesia, distacco totale.
Costringere qualcuno a barattare ricordi
con false promesse di guarigione
con false promesse di guarigione
dal vivere genuino.
Ora si, parlo di te. Ancora voglio te.
Concubina, spasimante devota, orecchio fedele.
Compagna sorridente
un poco sconsiderata
a zonzo per paesi lontani.
un poco sconsiderata
a zonzo per paesi lontani.
Frida e Diego si tenevano per mano
e ognuno dei due, con l'altra mano,
e ognuno dei due, con l'altra mano,
palpeggiava un bel sedere.
Anche tu, non puoi davvero essere così indegno dei miei pensieri;
io devo amarti.
Potrei mettere davanti a me le tue ambiguità e
nello specchio
vedrei il mare.
nello specchio
vedrei il mare.
Conosci la sensualità della tua paura. Quando vedo abbassarsi gli occhi
davanti alla mia certezza
violenza per te, per me speranza.
D'accordo, ti mette a disagio.
Ma io devo amarti. Non c'è altro.
Ma io devo amarti. Non c'è altro.
E allora davvero, stasera prenderò qualcosa di forte,
farò tutto con cura
darò la buonanotte ai miei libri
metterò su la coperta della tristezza
peccato capitale,
lascerò nel buio solo questa lucetta rossa
che attiri le fate,
e alla fine pregherò la Natura
perché io possa sempre guardarti.
Sembrerà di veder piovere su Mezzavalle in attesa.
13 marzo 2011
non importa titolare
Ogni volta
che penso a te
si forma nella testa
uno spazio vuoto
una specie di anticamera a te
dove non c'è nient'altro
Constato
alla fine di ogni giorno
che nella testa
dev'esser rimasto molto più spazio vuoto
di quanto non credessi
che penso a te
si forma nella testa
uno spazio vuoto
una specie di anticamera a te
dove non c'è nient'altro
Constato
alla fine di ogni giorno
che nella testa
dev'esser rimasto molto più spazio vuoto
di quanto non credessi
Erich Fried
5 marzo 2011
l'etichetta del merlot
Per gli uomini, che accada tutto ciò che desiderano non è la cosa migliore.
Eraclito di Efeso
1 marzo 2011
disposizioni funebri
Ti prepari a un dolore,
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l'amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l'oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l'amore.
Il silenzio è più potente del suono,
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l'amore
come noi, tranne che
diventa inesprimibile
e dev'essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell'amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna, un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto
nel modo più profondo dalla perdita
è benedetto, è benedetto.
ma ne arriva un altro.
Non è come il clima,
non puoi fronteggiarlo,
essere impreparati è tutto.
Il tuo compagno, la tua donna,
l'amico che ti è accanto,
il bambino al tuo fianco,
e il cane,
tremiamo per loro,
guardiamo il mare e pensiamo
pioverà.
Dobbiamo prepararci alla pioggia;
non colleghiamo
il sole che àltera
gli oleandri oscurati
nel giardino in riva al mare,
l'oro che si spegne sulle palme.
Non colleghiamo questo:
il puntino di pioviggine
sulla pelle,
col mugolio del cane,
il tuono non spaventa,
essere pronti è tutto:
è più profondo della prontezza,
è profondo come il mare,
profondo come la terra,
profondo come l'amore.
Il silenzio è più potente del suono,
siamo colpiti nel profondo, ammutoliti,
come gli animali che non dicono mai l'amore
come noi, tranne che
diventa inesprimibile
e dev'essere detto,
con un mugolio,
con le lacrime,
con la pioviggine che ti sale agli occhi,
senza dire il nome della cosa amata,
il silenzio dei morti,
il silenzio dell'amore sepolto più in fondo
è il vero silenzio,
e sia che lo proviamo per una bestia,
un bambino, una donna, un amico,
è il vero amore, è identico,
ed è benedetto
nel modo più profondo dalla perdita
è benedetto, è benedetto.
Derek Walcott
11 febbraio 2011
il destino
A volte ho sognato che nel giorno del Giudizio quando i grandi condottieri, i grandi avvocati e statisti si faranno avanti per ricevere le loro ricompense - le corone, gli allori, i nomi indelebilmente incisi su marmi imperituri - l'Onnipotente si rivolgerà a Pietro e gli dirà non senza una certa invidia nel vederci arrivare coi nostri libri sotto il braccio: 'Vedi, questi non hanno bisogno di alcuna ricompensa. Qui non abbiamo nulla da offrirgli. Hanno amato leggere'.
Virginia Woolf, da 'Ore in biblioteca e altri saggi'
Virginia Woolf, da 'Ore in biblioteca e altri saggi'
6 febbraio 2011
25 gennaio 2011
si he de vivir
Si he de vivir sin ti, que sea duro y cruento,la sopa fría, los zapatos rotos,
o que en mitad de la opulencia se alce la rama seca de la tos,
ladrándome tu nombre deformado, las vocales de espuma,
y en los dedos se me peguen las sábanas, y nada me dé paz.
No aprenderé por eso a quererte mejor,
pero desalojado de la felicidad
sabré cuánta me dabas
con solamente a veces estar cerca.
Esto creo entenderlo, pero me engaño:
hará falta la escarcha del dintel
para que el guarecido en el portal
comprendala luz del comedor,
los manteles de leche,
y el aroma del pan
que pasa su morena mano por la hendija.
Tan lejos ya de ti como un ojo del otro,
de esta asumida adversidad nacerá la mirada
que por fin te merezca.
Julio Cortazàr
6 gennaio 2011
arte poetica
Fra ombra e spazio, e ornamenti e fanciulle,
ricco di cuore raro e sogni funebri,
pallido, sempre più pallido, col viso spento,
e in lutto di vedovo furioso
per ogni giorno di vita, ahimè,
e per ogni suono che accolgo con tremore,
ho sempre assente sete, uguale febbre fredda,
un udito che nasce, un'ansia obliqua,
come al giungere di ladri o di fantasmi,
e in un guscio di misura fissa e profonda
come un servo umiliato, una campana un poco rauca,
come un vecchio specchio, come un odore di casa solitaria
dove gli ospiti entrano di notte perdutamente ubriachi,
e c'è un odore di vesti sparse a terra, e non c'è un fiore,
o in un altro modo anche meno malinconico,
ma la verità, subito, il vento che mi sferza il petto,
le notti di sostanza infinita cadute nel mio letto,
il rumore di un giorno che brucia con sacrificio,
chiedono tristemente ciò che in me porto di futuro,
e c'è uno sterminio d'oggetti
che chiamano senza mai risposta,
e un movimento senza fine, e un nome confuso.
ricco di cuore raro e sogni funebri,
pallido, sempre più pallido, col viso spento,
e in lutto di vedovo furioso
per ogni giorno di vita, ahimè,
e per ogni suono che accolgo con tremore,
ho sempre assente sete, uguale febbre fredda,
un udito che nasce, un'ansia obliqua,
come al giungere di ladri o di fantasmi,
e in un guscio di misura fissa e profonda
come un servo umiliato, una campana un poco rauca,
come un vecchio specchio, come un odore di casa solitaria
dove gli ospiti entrano di notte perdutamente ubriachi,
e c'è un odore di vesti sparse a terra, e non c'è un fiore,
o in un altro modo anche meno malinconico,
ma la verità, subito, il vento che mi sferza il petto,
le notti di sostanza infinita cadute nel mio letto,
il rumore di un giorno che brucia con sacrificio,
chiedono tristemente ciò che in me porto di futuro,
e c'è uno sterminio d'oggetti
che chiamano senza mai risposta,
e un movimento senza fine, e un nome confuso.
Pablo Neruda
24 dicembre 2010
il pugno
Il pugno stretto attorno al mio cuore,
allenta un poco la presa, e respiro
chiarore; ma si serra
di nuovo. Quando mai non ho amato
il male d'amore? Ma questo si è spinto
oltre l'amore, fino alla mania. Questo ha la stretta
ferrea del folle, questo è
aggrapparsi alla cornice dell'insania, prima
di cadere ululando nell'abisso.
Tieni duro dunque, cuore. Così almeno vivi.
Derek Walcott, "Uve di mare" (1976)
21 dicembre 2010
il peruviano
Tu sei la perfetta esecuzione dell'amore folle tra stanchezza e riottosità.
20 dicembre 2010
l'oggi
Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assortiti.
Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l'uno all'altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.
Il rammarico punge, se mi dici:
"bastava che quel giorno...", ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d'amore al primo incontro.
Ma forse è giusto credere che allora
tu m'avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d'esser felice.
Alfonso Gatto
29 novembre 2010
fame
Ei, come la scorse da lontano, in mezzo a' seminati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure dall'olmo.
La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri.
da La Lupa, Giovanni Verga (1880)
27 novembre 2010
24 novembre 2010
dichiarazione d'intenti
Voglio far con te quel che la primavera fa con i ciliegi.
Pablo Neruda
21 novembre 2010
18 novembre 2010
piove.
Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l'ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.
Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.
Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.
Salvatore Quasimodo
26 ottobre 2010
il primo invito
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
Derek Walcott
26 settembre 2010
nel campo di margherite
Sai, Harold, secondo me gran parte delle brutture di questo mondo viene dal fatto che della gente che è diversa permette che altra gente la consideri uguale.
da Harold and Maude di Hal Ashby, 1971
22 agosto 2010
la falena
Sono uscita sul balcone, stanotte.
L'aria capricciosa, il vento muoveva le foglie e in paese facevano i fuochi d'artificio. Ma l'abete di fronte a casa mi impediva di vederli. Li sentivo, mi sembrava di vedere le facce di chi, testa all'aria, li guarda e gli si colorano gli occhi.
Allora mi è venuto da pensare alla mia condizione. Intorno a me festa, stupore, vita: movimento. E l'abete che mi impediva di arrivarci ero io, la mia paura di non esser degna, di non contare nulla; e che, comunque, in fondo a nessuno importi veramente, neanche a me. Viziata dagli eventi, non prendo una direzione perché scegliere significa rischiare e compromettersi, sempre.
Come vorrei invece essere una di quelle falene cui capita di entrare in una stanza illuminata, di notte. Già prima di arrivare alla lampadina cominciano a impazzire di felicità. E iniziano a cercarla, a inseguirla, la luce, come fosse l'unica luce esistente, l'unica ragione di vita. Fremono, si agitano, impavide. Continuano a volare in tondo a gran velocità, intontite dalla contentezza e dalla fatica; e poi, finalmente, la raggiungono. Spesso si avvicinano troppo, e così il calore le logora a morte.
Io così vorrei che fosse la mia vita.
E non so darle ancora un nome, ma ho pensato che la mia luce devo averla già intravista, perché l'ho desiderata e sognata così tante volte. Qualcosa di mio, di solo mio, che possa produrre e riprodurre con le mie mani, che possa mettere con convinzione sul tavolo da gioco: un qualcosa da difendere, finalmente, con tanti dubbi ma anche con orgoglio.
Allora sono tornata fuori, l'aria capricciosa e il vento faceva muovere le foglie, dei fuochi non più traccia. Chissà! Posso scostarlo, quell'abete...
L'aria capricciosa, il vento muoveva le foglie e in paese facevano i fuochi d'artificio. Ma l'abete di fronte a casa mi impediva di vederli. Li sentivo, mi sembrava di vedere le facce di chi, testa all'aria, li guarda e gli si colorano gli occhi.
Allora mi è venuto da pensare alla mia condizione. Intorno a me festa, stupore, vita: movimento. E l'abete che mi impediva di arrivarci ero io, la mia paura di non esser degna, di non contare nulla; e che, comunque, in fondo a nessuno importi veramente, neanche a me. Viziata dagli eventi, non prendo una direzione perché scegliere significa rischiare e compromettersi, sempre.
Come vorrei invece essere una di quelle falene cui capita di entrare in una stanza illuminata, di notte. Già prima di arrivare alla lampadina cominciano a impazzire di felicità. E iniziano a cercarla, a inseguirla, la luce, come fosse l'unica luce esistente, l'unica ragione di vita. Fremono, si agitano, impavide. Continuano a volare in tondo a gran velocità, intontite dalla contentezza e dalla fatica; e poi, finalmente, la raggiungono. Spesso si avvicinano troppo, e così il calore le logora a morte.
Io così vorrei che fosse la mia vita.
E non so darle ancora un nome, ma ho pensato che la mia luce devo averla già intravista, perché l'ho desiderata e sognata così tante volte. Qualcosa di mio, di solo mio, che possa produrre e riprodurre con le mie mani, che possa mettere con convinzione sul tavolo da gioco: un qualcosa da difendere, finalmente, con tanti dubbi ma anche con orgoglio.
Allora sono tornata fuori, l'aria capricciosa e il vento faceva muovere le foglie, dei fuochi non più traccia. Chissà! Posso scostarlo, quell'abete...
19 agosto 2010
canciones por un mexicano educado
| Mazunte (Oaxaca, Mexico) |
¡Sí, todo con exceso: la luz, la vida, el mar!
Plural todo, plural,
luces, vidas y mares.
A subir, a ascender
de docenas a cientos,
de cientos a millar,
en una jubilosa
repetición sin fin,
de tu amor, unidad.
Tablas, plumas y máquinas,
todo a multiplicar,
caricia por caricia,
abrazo por volcán.
Hay que cansar los números.
Que cuenten sin parar,
que se embriaguen contando,
y que no sepan ya /cuál de ellos será el último:
¡qué vivir sin final!
Que un gran tropel de ceros /asalte nuestras dichas
esbeltas, al pasar,
y las lleve a su cima.
Que se rompan las cifras,
sin poder calcular
ni el tiempo ni los besos.
Y al otro lado ya
de cómputos, de sinos,
entregamos a ciegas
—¡exceso, qué penúltimo!—
a un gran fondo azaroso
que irresistiblemente
está
cantándonos a gritos
fúlgidos de futuro:
" Eso no es nada, aún.
Buscaos bien,
hay más. "
Pedro Salinas, La voz a ti debida (1933)
6 giugno 2010
priorità
Clarissa attraversa Houston Street e pensa che dovrebbe prendere qualcosa per Evan: una piccola cosa per la sua salute precariamente riacquistata. Non fiori: i fiori sono abbastanza di cattivo gusto per i morti, ma sono disastrosi per gli ammalati. I negozi di SoHo sono pieni di vestiti per feste, di gioielli e di mobili Biedermeier: niente da offrire a un giovane uomo volitivo, brillante, che potrebbe o non potrebbe, con l'aiuto di un complesso di medicine, vivere più del breve periodo che normalmente gli resta. Cosa vogliono tutti? (...) Ecco la piccola e bella libreria di Spring Street. Forse a Evan piacerebbe un libro. Nella vetrina ce n'è uno (uno solo!) di Clarissa, quello inglese (criminale, il fatto che lei abbia dovuto combattere per una tiratura di diecimila copie e, ben peggio, il fatto che saranno fortunati se ne venderanno cinquemila), accanto alla saga di una famiglia del Sud America che lei ha perso a vantaggio di una casa editrice più importante, che chiaramente non guadagnerà perché, per ragioni misteriose, è rispettata ma non amata. C'è la nuova biografia di Robert Mapplethorpe, le poesie di Louise Gluck, ma niente sembra adatto. Sono tutti, allo stesso tempo, troppo generici e troppo specifici. Vuoi dargli il libro della sua vita, il libro che gli assegnerà un posto nel mondo, che gli farà da padre e madre, che gli darà delle armi per i cambiamenti che deve affrontare. Non ci si può presentare con dei pettegolezzi sulle celebrità, no; non si può portargli la storia di un romanziere inglese amareggiato dalla vita o le disgrazie di sette sorelle in Cile, per quanto siano scritti bene, e le probabilità che a Evan piaccia la poesia sono identiche a quelle che cominci a dipingere piatti di porcellana. Non c'è conforto, sembra, nel mondo degli oggetti, e Clarissa teme che l'arte, anche la più grande (anche i tre volumi di poesia di Richard e il suo unico, illeggibile romanzo), appartenga decisamente al mondo degli oggetti. In piedi di fronte alla vetrina della libreria, viene assalita da un vecchio ricordo, un ramo d'albero che batte contro una finestra mentre da qualche parte (dalle stanze in basso?) una debole musica, il lento lamento di una jazz band, attacca da un fonografo. Non è il suo primo ricordo (che sembra invece riguardare una lumaca che striscia sul bordo di un marciapiede), e neanche il suo secondo (i sandali di paglia di sua madre, o forse i due ricordi sono invertiti), ma questo ricordo sembra pressante più di ogni altro, e in maniera profonda, quasi soprannaturale, confortante. Clarissa era probabilmente in una casa del Wisconsin, una delle tante che i suoi genitori affittavano per l'estate (raramente due volte la stessa - ognuna finiva per avere qualche difetto che sua madre inseriva in un racconto che si allungava sempre, Le tribolazioni della famiglia Vaughan nel giro delle lacrime fra le vallette del Wisconsin). Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di aver iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione.
Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio.
'Le ore', Michael Cunningham (1998)
2 giugno 2010
ossessione
ho salito tre gradini
perchè eri in un' altra
e ho visto la tua carne molle,
come si rigenera infinita
la materia di cui sei fatta:
il peso
delle ragioni, della coperta
e del cibo che mi hai dato,
come mi ha riempito
in tutto questo tempo.
ma un giorno
strappando via la pelle morta,
scoppiando la bolla
del bisogno di te
che mi diceva 'accomodati'
ho capito che eri persa.
perchè eri in un' altra
e ho visto la tua carne molle,
come si rigenera infinita
la materia di cui sei fatta:
il peso
delle ragioni, della coperta
e del cibo che mi hai dato,
come mi ha riempito
in tutto questo tempo.
ma un giorno
strappando via la pelle morta,
scoppiando la bolla
del bisogno di te
che mi diceva 'accomodati'
ho capito che eri persa.
20 maggio 2010
trittico della vita
Non vede la relazione? Beh, neanche io.
Ma è che certi richiami di immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l'uno non intenderebbe più l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.
Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch'io me ne stessi a casa quieto, tranquillo,a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell'ordine perfetto delle stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c'era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola da salotto da pranzo. Questo vorrebbe! Io ora domando a lei, per farle intendere l'assurdità...ma no, che dico l'assurdità! la màcabra feròcia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d'Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale.
Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicchè veramente non debba importare a nessuno di finirla. E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. perchè, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c'è, c'è, ce lo sentiamo tutti qua, come un'angoscia nella gola, il gusto della vita,che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perchè la vita, nell'atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di sè stessa, che non si lascia assaporare.
Da L'uomo dal fiore in bocca, Luigi Pirandello (1922)
17 maggio 2010
lo shopping secondo Thoreau
Forse non dovremmo mai procurarci un abito nuovo, per quanto stracciato e sporco sia quello vecchio, finchè non ci siamo comportati in maniera tale, o non abbiamo compiuto o varato azioni tali, da sentirci uomini nuovi nel vestito vecchio, cosicchè conservarlo sarebbe come tener vino nuovo in bottiglie vecchie.
La nostra stagione di muta, come quella degli uccelli, deve corrispondere a una crisi della nostra vita.
Da Walden, H. D. Thoreau (1854)
12 maggio 2010
insegnamento universitario
Senti, Smithers, io ce l'ho una buona idea per un nuovo corso. I tuoi organization men debbono dipendere da tipi come me. La gente che viene ai corsi serali soltanto in apparenza cerca cultura. Il loro maggior bisogno, la loro fame, è di buon senso, chiarezza, verità - gliene basta anche un atomo. La gente muore - non è una metafora - per mancanza di qualcosa di reale da portarsi a casa quando la giornata è finita. Guarda come sono disposti ad accettare le scemenze più inverosimili. O Smithers, baffuto fratello mio! Che responsabilità sosteniamo in questo nostro grasso paese! Pensa a quello che potrebbe significare l' America per il mondo. E poi guarda quello che è. Che schiatta avrebbe potuto produrre! Ma guarda noi - te, me. Leggi il giornale, se riesci a digerirlo.
Da Herzog, Saul Bellow (1964)
11 maggio 2010
8 maggio 2010
6 maggio 2010
l' uomo
Di soli e di mondi, proprio non so che dire.
Una sola cosa vedo: che gli uomini si tormentano.
Codesto piccolo dio del mondo rimane sempre dello stesso stampo: stravagante nè più nè meno che nel primo giorno.
Vivrebbe un poco meglio, se tu non gli avessi dato un barlume di luce celeste... Lo chiama ragione e se ne serve soltanto per esser più bestia di tutte le bestie.
dal 'Faust', J. W. Goethe (1831)
12 aprile 2010
impossibile
Da solo non ce la faccio,
non riesco a portare un pianoforte
(figurati poi
una cassaforte)
E se non una cassaforte
e non un pianoforte,
come ce l'avrei fatta,
dopo averglielo ripreso, a portare il cuore?
I banchieri insegnano:
"Noi siamo ricchi sfondati.
Se le tasche non bastano,
c'è posto nella cassaforte".
Ho rinchiuso
dentro di te
l'amore,
tesoro nascosto dentro il ferro,
e me ne vado in giro
felice come un Creso.
E magari,
se proprio mi va,
prenderò un sorriso,
o mezzo,
o anche meno,
e in allegra compagnia
ne spenderò in metà notte
per un quindici rubli di spiccioli lirici.
Da Amo, Vladimir Majakowskij (1921-22)
9 aprile 2010
l'ultimo degli umanisti
Io sto qui col naso ben ficcato nella terra e ci sto fin dall'inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l'uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l'uomo desiderava e non l'ho mai giudicato, e sai perché? Perché io non l'ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell'uomo, sono un umanista... probabilmente l'ultimo degli umanisti. Chi, sano di mente, Kevin, potrebbe mai negare che il ventesimo secolo è stato interamente mio?
Da 'L'avvocato del diavolo', sceneggiatura di Jonathan Lemkin e Tony Gilroy (1997)
8 aprile 2010
mogol&battisti vs pubblicità 1- 0
Io non ti voglio piu' vedere mi fai tanto male con quel sorriso professionale sopra a un cartellone di sei metri od attaccata sopra a tutti i vetri. Non ti voglio piu' vedere cara mentre sorseggi un'aranciata amara con l'espressione estasiata di chi ha raggiunto finalmente un traguardo nella vita. Io non ti voglio piu' vedere sul muro davanti ad un bucato dove qualcuno ci ha disegnato pornografia a buon mercato. Non ti voglio vedere intanto che cucini gli spaghetti con pomodori peso verità tre etti mentre un imbecille entrando dalla porta grida un evviva con la bocca aperta col dentifricio pure trasparente dove ti fanno dire che illumina la mente e mentre indossi un super super super reggiseno per casalinga tutta veleno. E mentre parli insieme a una semplice comparsa vestito da dottore, che brutta farsa. ti fanno alimentare l'ignoranza fingendo di servirsi della scienza
Ma e' un canto brasileiro
Eppure non sei meno bella in casa senza cerone, non dico che sei una rosa, sarei un trombone. ma ti vorrei vedere qualche volta in bikini senza sfondi di isole lontane e restare un po' vicini. Io ti vorrei vedere mentre cogli l'insalata dell'orto che vorrei aver coltivato prima di essere morto
Anche se guadagni centomila lire al giorno non ti puoi scordare che la vita e' andata e ritorno
Non ti voglio vedere vendere i giorni e le sere, ti capiro' se un altro uomo un giorno vorrai ma consumare la tua vita cosi' non puoi... Non puoi partecipare a quella storia dove racconti che la benzina quasi quasi quasi purifica l'aria, sara' al mentolo l'ultima scoria fotografata insieme a dei bambini che affidi al fosforo dei formaggini... Ah ma e' un canto brasileiro
E' un canto brasileiro, Lucio Battisti (1973)
7 aprile 2010
rassegnazione
Le ceneri furono raccolte in due urne, e riposte in un loculo che venne sigillato.
Fosse stato solo, Jules le avrebbe mischiate.
Kathe aveva sempre desiderato che le sue fossero gettate al vento dall'alto di una collina.
Ma non era permesso.
Da Jules e Jim, Henry Pierre Roché (1953)
2 aprile 2010
capacità decisionale di quadri e chiodi
A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran.
Non c'è una ragione. Perchè proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un' anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce.
E' una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e vedi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.
Non c'è una ragione. Perchè proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un' anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce.
E' una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e vedi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.
Da Novecento, Alessandro Baricco (1994)
1 aprile 2010
il vecchio e il nuovo
Non sono spaventato dalla morte. E neanche dal dolore, nonostante la mia soglia di sopportazione sia piuttosto bassa. Ho capito che anzi, la vita della gente è interessante solo se c'è stata molta sofferenza. Più ce n'è, e più la vita è interessante.
E' la vecchiaia, invece, che mi terrorizza. Non è tanto per la noia quotidiana, o il fastidio che si ha nel sentirsi di peso per gli altri. Quanto per il fatto che diminuiscono in maniera esponenziale le occasioni di sentire un tumulto, nel cuore, quel tumulto che rende felici.
Prima pensavo che questo tumulto corrispondesse all' amore, e all' innamoramento. E finchè si ha la fortuna di vivere ogni giorno, costantemente, a stretto contatto con questi, non riesce a vedere oltre. La verità è che l'amore è solo una delle mille facce di un cubo che si chiama meraviglia, cioè novità. La linfa vitale non risiede nella costanza dei sentimenti, o nella sicurezza degli affetti: sono solo palliativi di un male che non si estingue mai. E' la fame di sensazioni nuove, di sensazioni forti, e di momenti di stupore a tenere in piedi queste nostre gambe.
La vecchiaia si compone di una serie reiterata di gesti sempre uguali, e si fonda sulle routines, non sul cambiamento. Quello che mi indispone dei vecchi è che hanno smesso di stupirsi; perchè ‛con tutto quello che han passato᾿ pensano di aver visto tutto. E non viene loro in mente che, quando hanno affrontato quelle cose, erano giovani. Ora, se il cambiamento sfreccia davanti al loro naso, non se ne accorgono neppure. E' una categoria che hanno imparato ad ignorare, che si rifiutano di riconoscere, perchè è più comodo, così.
Lo stato di anzianità mentale subentra proprio quando si estromette il cambiamento dalla propria vita. Quando smetti di fare dei tentativi, e preferisci camminare seguendo il percorso indicato. Quando scegli il silenzio di una camera da letto, invece che quello di una serra. Quando affidi il tuo itinerario ad altri, pagandoli perchè possano ridurne gli imprevisti. Quando ascolti un unico genere musicale, o guardi sempre lo stesso tipo di film. Quando ti rifiuti di leggere un emergente, perchè pensi che tanto dirà le stesse cose degli antichi.
Non c'è niente di intrigante nel proprio passato; i ricordi servono soltanto quando puoi sfruttarli, e quando aiutano a correggere il tiro nel presente. Immergersi in essi è come ubriacarsi, senza sapere che il giorno dopo starai male.
Quando ti senti 'arrivato', quando smetti di riempire il fagotto che hai sulle spalle, quando riponi la tua fiducia in un dio piuttosto che in un uomo, quando smetti di imparare, e non cambi mai opinione perchè sei sicuro del fatto tuo... Allora la vecchiaia è alle porte.
Queste cose io le conosco perchè compio novant'anni.
Oggi, per la prima volta, mi sono lavato i denti con la mano sinistra per vedere che effetto faceva, ed è stato incredibile.
Oggi, per la prima volta, mi sono lavato i denti con la mano sinistra per vedere che effetto faceva, ed è stato incredibile.
28 dicembre 2009
lo scopo
Tu intendi vero? Qui non si tratta di gioia.
Io mi consacro al tumulto: al godimento, che è tutt'uno col dolore, all'odio che nasce dall'amore, al tedio che ristora. Quel che è toccato in sorte a tutta l'umanità, io lo voglio godere entro me stesso.
Voglio con lo spirito attingerla, quell'umanità, nel più alto e nel più profondo, e che il suo bene e il suo male s'addensino entro il mio petto. Dilatare me stesso fino al suo se stesso.
E alla fine, come lei e con lei, fare naufragio!
Da Faust, J. W. Goethe (1831)
Io mi consacro al tumulto: al godimento, che è tutt'uno col dolore, all'odio che nasce dall'amore, al tedio che ristora. Quel che è toccato in sorte a tutta l'umanità, io lo voglio godere entro me stesso.
Voglio con lo spirito attingerla, quell'umanità, nel più alto e nel più profondo, e che il suo bene e il suo male s'addensino entro il mio petto. Dilatare me stesso fino al suo se stesso.
E alla fine, come lei e con lei, fare naufragio!
Da Faust, J. W. Goethe (1831)
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